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		<title>Viaggiare controcorrente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jun 2023 08:17:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I nostri consigli]]></category>
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Vi permette di mettere alla prova le vostre abilità, affrontare paure e insicurezze e crescere insieme a tutti coloro che incontrerete.</p><p>Perchè questo succeda siamo convinti di una cosa: è importante sapere come viaggiare. Non ci sono manuali scritti apposta eppure nella nostra vita ci è capitato sicuramente di leggere dei libri di viaggio nelle cui pagine abbiamo trovato ispirazione o vedere dei film la cui trama ci ha colpito particolarmente. Ve ne citiamo due: “In vespa. Da roma a Saigon”, autore Giorgio Bettinelli e “I diari della motocicletta” (titolo originale: Diarios de motocicleta) diretto da Walter Salles (2004).</p><p>Il tema centrale per entrambi è l’avventura; i personaggi decidono per un periodo di tempo di abbandonare le proprie abitudini per esplorare la vita in viaggio, sulla strada, andando incontro ad imprevisti e nuovi incontri. Il viaggio, secondo noi, è un atto di fede in cui ci si lancia senza pensarci troppo, ma con la fiducia di scoprire molto, sia durante, sia alla fine del tragitto. E’ indispensabile però farlo con cognizione di causa e, soprattutto, senza lasciarsi prendere dalla febbre del turismo moderno il cui obbiettivo più importante è quello di esaudire desideri e aspettative senza curarsi dell’esperienza in sè o delle sue modalità.</p><p>Insomma, se avete sognato nella vita di partire per una meta esotica in un resort di lusso con un viaggio organizzato nei minimi dettagli dal tour operator non c’è nulla di male; sarà sicuramente un’esperienza eccitante, piena di sorprese e situazioni piacevoli. Quello però che vogliamo proporvi qui è qualcosa di diverso.</p><p>Abbiamo pensato quindi di darvi alcuni consigli su come organizzare il prossimo viaggio; li potete seguire tutti o solo alcuni, ma siamo abbastanza sicuri che vi aiuteranno a fare un’esperienza diversa attraverso la quale sperimenterete un forte cambiamento e arricchimento personale.</p><p>Quindi senza indugi, ecco a voi a una lista di cose da tenere a mente:</p><ol><li>Comprare <u>solo il biglietto</u> (via terra, aria, acqua) per la destinazione desiderata: esattamente così, quale sia la meta prescelta cercate di organizzare il viaggio il meno possibile; non prenotate alberghi, ristoranti, spostamenti, esperienze varie, attività etc. Date a voi stessi la possibilità di arrivare nel paese e iniziare il vostro viaggio senza reti di protezione, facendovi guidare dall’istinto e dalle informazioni raccolte (vedi consiglio 2). Disclaimer: negli ultimi anni, in molti paesi del mondo, per passare la frontiera, oltre ai documenti neccessari(passaporto, visti etc.) è necessario esibire un pernottamento in hotel per la prima notte: d’accordo questo è necessario riservarlo!</li><li>Leggere prima di partire <u>almento due guide e un libro (romanzo, saggio etc.) scritto da un autore locale</u>; è importante che delle due guide una sia almeno di natura pratica e piena di informazioni utili. Per intenderci le guide possono essere di due tipi: le prime danno una descrizione storica, artistica, sociale, economica del paese in cui volete viaggiare; sono interessanti per capire i contesti culturali e naturalistici delle popolazioni locali e degli habitat, vi daranno sicuramente una mano ad orientarvi nelle usanze e nei costumi più importanti (per evitare fraintendimenti o situazioni di disagio); le seconde, però, sono essenziali per viaggiare in modo avventuroso; sono ricche di informazioni pratiche, come orari dei bus, tratte ferroviarie, ostelli o hotel, ristoranti, attività e percorsi poco battuti. A titolo di esempio, la Lonely Planet è una delle guide più utilizzate nel mondo e spesso ne abbiamo fatto uso durante i nostri viaggi. Più riuscirete a recuperare informazioni utili prima della partenza e più sarà interessante il viaggio.</li><li>Imparare correntemente a <u>parlare la lingua Inglese</u>: dedicate del tempo nella vostra settimana ad imparare questa lingua molto diffusa nel mondo e che vi permetterà di comunicare con molte persone; ovviamente se avete tempo a sufficienza la cosa migliore sarebbe imparare la lingua locale. Quando si viaggia in questo modo è necessario riuscire a comunicare con le persone che vi circondano per ottenere informazioni: sono la vostra principale risorsa per conoscere luoghi, sapere come muoversi e dove andare, imparare a rispettare gli usi locali. Non sempre l’inglese sarà sufficiente, ma è una buona base per viaggiare e relazionarsi anche con gli altri viaggiatori incontrati lungo il percorso.</li><li>Utilizzare <u>mezzi di trasporto locale</u> per muoversi: il viaggio è e rimane soprattutto uno spostamento: da un punto A ad un punto B tutto quello che vi passa in mezzo è la sostanza del viaggio. Non vi fermate alla meta, ma godetevi l’intero viaggio; è lì dove si scoprono cose meravigliose, dove si stringono relazioni d’amicizia seppure brevi, dove ci si può rilassare in un contesto diverso dal nostro e con delle nuove geometrie per gli occhi. Viaggiare con i mezzi locali (bus, treni, battelli etc.) è la maniera migliore per conoscere un paese e la sua cultura: sopratutto in molti paesi del mondo dove il nomadismo è ancora molto ancorato: India, Latino America, Asia e Africa sono abitate da uomini e donne in continuo movimento; sono società molto più fluide e comunitarie della nostra, dove relazioni lavorative, familiari e d’amicizia vivono di continui spostamenti e i rapporti in società sono caratterizzati da moltissime interazioni estemporanee.</li><li>Spegnere <u>i cellulari</u> e comprare<u> una buona macchina fotografica</u>: siamo connessi gran parte della nostra vita, costantemente reperibili. Durante il viaggio cercate di lasciare andare per qualche tempo questa dipendenza sottile e se vi piace l’aspetto documentale del viaggio comprate una buona macchina fotografica. Per i celluari c’è sempre tempo alla sera, quando nel vostro ostello con la connessione wifi potete fare qualche ricerca per pianificare la giornata successiva.</li><li>Comprare una <u>mappa del territorio: </u>quante informazioni ci può dare una mappa del territorio? Moltissime: se vi soffermate qualche ora a guardare una cartina vi accorgerete di quanti suggerimenti vi troverete dentro su luoghi da visitare o semplicemente per orientarvi nei vostri spostamenti. Non è un lavoro solo da cartografi o guide ambientali: le cartine ci possono regalare una impressione generale sulla morfologia del territorio e istintivamente suggerire in base alle nostre preferenze dove dirigerci (laghi, mari, giungle, montagne, città, villaggi, isole etc.).</li><li>Utilizzare <u>couchsurfing.com</u>: la piattaforma online creata ormai da una ventina d’anni offre la possibilità di essere ospitati a casa delle persone, in maniera del tutto gratuita e disinteressata, solo creando un profilo e iniziando ad ottenere delle recensioni positive; il sistema è semplice e permette di viaggiare in maniera diversa dal solito: leggete i profili delle persone che offrono questa disponibilità e trovate persone affini a cui scrivere direttamente: se sarete fortunati potrete soggiornare a casa loro per diversi giorni, fare delle esperienze insieme (una cena, un giro per la città, un trekking, andare al mercato insieme, conoscere i loro amici o familiari etc.).</li><li>Fare <u>auto-stop</u>: viaggiare in questo modo è faticoso, ma estremamente gratificante; non potete immaginare quante conversazioni interessanti, momenti spassosi e imprevisti abbiamo vissuto durante i nostri viaggi mentre ci spostavamo da una destinazione all’altra in auto-stop. Due sono i requisiti fondamentali: armarsi di pazienza perchè a volte il passaggio bisogna aspettarlo e sudarselo e, soprattutto, non fare piani precisi per la giornata. Una è la regola d’oro: trovare dei punti lungo la strada dove le auto sono obbligate a rallentare (dossi, stop etc.) oppure a fermarsi (caselli, pompe di benzina); lì avrete più possibilità e speranza di incontrare qualcuno che si fermi a darvi un passaggio.</li><li>Cercare in-loco delle <u>agenzie di turismo responsabile</u>: una volta arrivati nella località desiderata prendetevi un pò di tempo per visitare l’ufficio turistico locale e leggere sulla guida quali sono i tour operator migliori: passate di persona e raccogliete informazioni sui tour organizzati con particolare attenzione alla sostenibilità; quindi prediligete agenzie con guide locali, con un numero massimo di partecipanti (piccoli gruppi, non più di dieci, quindici persone), con attività attente alla fauna (vietato avvicinarsi agli animali selvatici e a dargli da mangiare) e alla condivisione reale con le comunità locali (momenti di incontro, seminari, lezioni etc.).</li><li>Prendere un <u>tempo indeterminato</u> per il viaggio: questo è l’ultimo consiglio e lo abbiamo messo in fondo proprio perchè siamo consapevoli del fatto che non tutti possano seguirlo: però, qualora ne abbiate la possibilità, cercate un periodo nella vostra vita in cui mettere in stand-by le vostre scadenze, obbiettivi, priorità e ritagliatevi un tempo lungo per viaggiare (almeno tre o quattro mesi). In molti paesi un anno sabbatico è considerato una richiesta ragionevole da parte di un lavoratore per fare nuove esperienze ed è addirittura visto come un riconoscimento da inserire nel curriculum vitae: forse sarebbe ora di fare pressione perchè anche in Italia le aziende iniziassero a valutare questa circostanza. Se avrete successo vi consigliamo di compare un biglietto di sola andata, senza una data di ritorno, per gustarvi ancora di più la sensazione di partire per un’avventura unica nel suo genere. Pensate ai grandi esploratori del cinquecento, mentre veleggiavano verso terre sconosciute, non sapendo cosa avrebbero trovato e quando sarebbero ritornati; nelle loro menti c’erano sicuramente paure e insicurenze, ma l’eccitazione e il gusto per l’avventura li motivarano a fare delle loro vite un laboratorio di esperienze uniche.</li></ol><p>Buon viaggio!</p><p> </p>						</div>
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		<title>Passeggiando intorno al Lago d&#8217;Orta</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 15:24:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 10,5 kmMax altitudine: 631 m Min altitudine: 291 mAscesa: 438 m Discesa: 426 mTempo: 5 hrDifficoltà: E (intermedia) Si dice che il lago d&#8217;Orta sia il cugino più giovane del Lago Maggiore. Piccolo, ma bello, siede in un&#8217;area circondata da verdi colline e montagne....</p>
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							<p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Si dice che il lago d&#8217;Orta sia il cugino più giovane del Lago Maggiore. Piccolo, ma bello, siede in un&#8217;area circondata da verdi colline e montagne. Le sue sponde sono piene di pittoreschi paesi e antichi borghi nei quali la presenza di piccoli porticcioli testimonia una lunga epoca popolata da pescatori. Il nostro itinerario inizia nel tranquillo paese di Pella da dove inizieremo la nostra ascesa verso il Monte San Giulio. Una fitta e folta foresta ci accompagna fino al bellissimo borgo di Grassona, un conosciuto sito archeologico completamente ristrutturato con fondi europei. Seguendo il nostro sentiero scenderemo poi di nuovo verso le sponde del lago presso il minuscolo villaggio di Ronco completamente costruito in sasso. Con il battello torneremo verso il punto d&#8217;incontro godendoci il lago da una prospettiva diversa.</span></p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p>						</div>
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		<title>Monte Faiè: sul tutto del Verbano!</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 15:13:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 7,4 kmMax altitudine: 1397 m Min altitudine: 848 mAscesa: 582 m Discesa: 582 mTempo: 4 hrDifficoltà: E (intermedia) Il Monte Faiè è uno delle cime più panoramiche e suggestive di questa regione, un confine naturale tra la selvaggia Val Grande e l&#8217;area dei laghi:...</p>
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							<p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Il Monte Faiè è uno delle cime più panoramiche e suggestive di questa regione, un confine naturale tra la selvaggia Val Grande e l&#8217;area dei laghi: una frontiera simbolica tra due mondi. Il suo nome ci avvisa che salendo verso la</span> <span class="S1PPyQ">vetta troveremo una distesa e ombrosa foresta di Faggi (</span><span class="S1PPyQ">Faieta).</span></p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Il nostro itineario ad anello inizia all&#8217;Alpe Ompio, da dove scaleremo la cima del Faiè; il panorama migliore si scorge già dalla mattina,</span> <span class="S1PPyQ">quindi avremo molto tempo per goderci questa vista mozzafiato. Dalla cima potete ammirare il Lago di Mergozzo e il Maggiore, ad Ovest il Lago d&#8217;Orta, il Monte Cerano, Poggio Croce e addirittura il Monte Rosa.</span></p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Quindi seguiremo l&#8217;antica mulattiera che scende all&#8217;Alpe Vercio (828 Metri); è un sentiero largo e confortevole che ci permetterà di accelerare il passo e ritornare al nostro punto di partenza.</span></p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p>						</div>
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		<title>360° Intorno al Monte Spalavera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 15:06:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trekking]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 14 km Max altitudine: 1323 m Min altitudine: 1047 m Ascesa: 395 m Discesa: 395 m Tempo: 6 hr Difficoltà: E (intermedia) Questo è veramente un trekking più mozzafiato che abbiamo progettato! Saliremo un po&#8217; di quota per iniziare il nostro itinerario dalla chiesa...</p>
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							<p class="_04xlpA direction-ltr align-start para-style-body"><span class="S1PPyQ"><strong>Distanza</strong>: 14 km<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Max altitudine</strong>: 1323 m <br /><strong>Min altitudine</strong>: 1047 m<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Ascesa</strong>: 395 m <strong>Discesa</strong>: 395 m<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Tempo</strong>: 6 hr<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Difficoltà</strong>: E (intermedia)</span></p>						</div>
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							<p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Questo è veramente un trekking più mozzafiato che abbiamo progettato!<br /></span><span class="S1PPyQ">Saliremo un po&#8217; di quota per iniziare il nostro itinerario dalla chiesa di Sant&#8217;Eurosia.</span></p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Questo sarà un trekking focalizzato su panorami da sogno: un sentiero che circoscrive il Monte Spalavera (1,534 metri) guardando prima a Nord verso le Alpi Svizzere, poi a</span> <span class="S1PPyQ">Ovest verso il Parco Nazionale della Val Grande e infine a Sud verso il Lago Maggiore. E&#8217; un&#8217;eccezionale via naturalistica che incrocia ad un certo punto la &#8220;Via Geoalpina&#8221;, tracciata sulla più importante faglia tettonica Alpina. Quindi questo itinerario rappresenta un idealo viaggio spazio-temporale attraverso due Paleocontinenti. Ma la parte migliore deve ancora arrivare e sulla Cima Morissolo (1311 metri) ci sarà ad aspettarvi un panorama difficilmente descrivibile, dovrete ammirarlo con i vostri occhi!</span></p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p><p> </p>						</div>
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		<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://pachamamas.it/360-intorno-al-monte-spalavera/">360° Intorno al Monte Spalavera</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://pachamamas.it">PachaMaMas</a>.</p>
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		<title>La storica &#8220;Via delle genti&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 14:04:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trekking]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 8,51 km Max altitudine: 500 m Min altitudine: 204 m Ascesa: 395 m Discesa: 397 m Tempo: 4 hr Difficoltà: E (intermedia) ITINERARIO DA CANNERO RIVIERA A CANNOBIO La &#8220;Via delle Genti&#8221; era un&#8217;antica mulattiera che collegava la provincia di Verbania con la Svizzera....</p>
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							<p class="_04xlpA direction-ltr align-start para-style-body"><span class="S1PPyQ"><strong>Distanza</strong>: 8,51 km<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Max altitudine</strong>: 500 m <br /><strong>Min altitudine</strong>: 204 m<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Ascesa</strong>: 395 m <strong>Discesa</strong>: 397 m<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Tempo</strong>: 4 hr<br /></span><span class="S1PPyQ"><strong>Difficoltà</strong>: E (intermedia)</span></p>						</div>
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							<h3>ITINERARIO DA CANNERO RIVIERA A CANNOBIO</h3><p> </p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">La &#8220;<strong>Via delle Genti</strong>&#8221; era un&#8217;antica mulattiera che collegava la provincia di Verbania con la Svizzera.</span></p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Abbiamo testimonianze scritte risalenti al 1200 d.c. che documentano l&#8217;uso per ragioni commerciali e devozionali di questa antica via anche se gli studiosi ne ipotizzano l&#8217;esistenza già ai tempi dei Romani. <br /></span><span class="S1PPyQ">Un&#8217;antica civiltà rurale di montagna viveva e si muoveva lungo questo percorso per raggiungere pascoli, mulini e torchi, ruscelli e fontane, campi agricoli. Le loro tracce sono ancora presenti per chi volesse scoprirle e questo itinerario è progettato proprio per</span> <span class="S1PPyQ">raggiungere questo obiettivo.</span></p><p class="_04xlpA direction-ltr align-justify para-style-title"><span class="S1PPyQ">Passeremo attraverso il giardino di Camelie, ammireremo dall&#8217;alto i famosi Castelli di Cannero e cammineremo tra le viuzze  del bellissimo paesino medievale di Carmine Superiore: un viaggio solo andata dal quale torneremo al punto d&#8217;incontro grazie al battello, godendoci un rilassante navigazione sul lago.</span></p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p>						</div>
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		<title>Il cappello Panama &#8211; una storia ecuadoriana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2023 14:12:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Culture dal mondo]]></category>
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							<h3><span style="font-weight: 400;">Le origini del cappello e la sua storia</span></h3><p><span style="font-weight: 400;">Il Panama, famoso cappello a tese larghe fatto di paglia leggerissima, è diventato nell’immaginario moderno un simbolo di eleganza, successo e stile, ma la sua storia è invece molto antica. Per prima cosa, bisogna subito liberare il campo dai fraintendimenti: nonostante dal nome si è portati a pensare che il cappello fosse originariamente prodotto nello stato centromaricano di Panamà, in realtà il copricapo è conosciuto in gran parte del Latinoamerica come “sombrero jibijaba o montecristi”, vale a dire le due cittadine ecuadoriane (!) situate nella provincia di Manabì dove fu originariamente ideato e prodotto.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Se volessimo fare un passo ancora più indietro nel tempo, dovremmo dare conto del fatto che i primi ad utilizzare cappelli di questo materiale leggerissimo erano i popoli aborigeni della costa ecuadoriana; dunque già al tempo dovevano aver apprezzato la praticità ed il confort della paglia toquilla, con cui il cappello viene manufatto, e la sua buona protettività dal sole e dalla pioggia. Si dice che furono gli stessi colonizzatori spagnoli a prendere spunto da questi copricapi indigeni per poi arrivare all&#8217;idea finale e al prototipo di quello che sarebbe diventato uno dei cappelli più conosciuti nel mondo.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Già nell’800 il Panamà acquistò prestigio ed il primo a riceverne uno in regalo fu lo stesso Napoleone Bonaparte per bontà del re di Spagna. Nel 1830 gli artigiani ecuadoriani riuscirono ad ottenere dallo stato la promessa che la paglia toquilla non venisse venduta all’estero, mantenendo in tal modo la produzione all’interno del paese; a questo scopo fu creata una scuola di artigianato nella città di Cuenca, nella parte meridionale dell’Ecuador. Qualche anno fa, durante il nostro viaggio in Sudamerica, ci siamo fermati per circa una settimana in questa deliziosa cittadina dall’aria curiosamente europeggiante e proprio qui, per la prima volta, abbiamo scoperto la storia di questo affascinante accessorio.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Nel 1849 quasi 200.000 esemplari del Panamà furono esportati all’estero per la vendita al grande pubblico e pochi anni dopo il cappello fu presentato all’esposizione universale di Parigi, ai tempi una delle più importanti vetrine dove mostrare le ultime evoluzioni tecnologiche, scientifiche e culturali. Da quel momento in poi il cappello ottiene il suo riconoscimento internazionale, tanto che a cavallo del ‘900 ai soldati americani di stanza nelle Filippine o nei Caraibi vengono distribuiti quasi 50.000 esemplari. Proprio negli Stati Uniti d’America, dove arrivavano gran parte delle esportazioni provenienti dal Centro e Sudamerica, il Panama prese piede diventando sinonimo di eleganza e successo; i primi esemplari erano indossati dagli operai che avevano lavorato alla realizzazione dell’istmo panamense (1900-1914) e da qui l’equivoco sulla sua vera provenienza.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Una volta entrato nella cultura americana, ovviamente il Panama ottenne la sua consacrazione a livello universale con il cinema e le varie celebrità che lo indossavano regolarmente: Humphrey Bogart, Frank Sinatra, Winston Churchill, Al capone e tanti altri aiutarono questa moda a prendere piede (esiste ancora adesso un modello chiamato “El Capone”!). Nel 1946 vennero esportati quasi 5 milioni di cappelli in tutto il mondo e ancora oggi per avere uno degli esemplari più pregiati vengono spese cifre di migliaia e migliaia di dollari.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Una delle cose forse più curiose è rappresentata dal fatto che mentre in Ecuador il cappello continuava ad essere portato tradizionalmente dai contadini e dalle fasce della popolazione più modeste, nel resto del mondo lentamente diventava uno degli status symbol delle classi più abbienti. Sono i paradossi della storia sulla base dei quali gli avvenimenti invece di seguire un ordine logico e causale si riproducono dal caos e dalla imprevedibilità delle circostanze.</span></p><h3>Metodo di produzione – l’arte della cappelleria</h3><p> </p><p><span style="font-weight: 400;">Detto questo, il cappello Panama è il simbolo di un artigianato molto sviluppato nel continente sudamericano e, nello specifico, un esempio accattivante di arte cappelliera unica. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">La paglia toquilla deriva dai germogli della palma </span><i><span style="font-weight: 400;">carloludovicana</span></i><span style="font-weight: 400;">, chiamata così in onore di Carlo IV re di Spagna e sua moglie Maria Luisa, i primi a dare impulso alla catalogazione botanica di questa pianta in America. Questo particolare tipo di Palma cresce in tutto l’Ecuador, ma solo nella regione del Manabì trova condizioni favorevoli per crescere in abbondanza e fino ad una altezza di 6 metri. Altri paesi del Sudamerica hanno tentato invano di coltivarla per produrre cappelli che potessero competere con quello ecuadoriano senza però mai riuscirci. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">Le foglie dei suoi germogli, prima di essere intrecciate, devono essere bollite ed essicate per ben due volte prima di diventare estremamente resistenti. Il processo è complesso: si legano in fasci, poi vengono fatte bollire e infine stese a seccare per tre giorni; le più scure vengono schiarite con lo zolfo. Mentre si asciugano, le foglie si assottigliano e si arrotolano fino a formare i fili rotondi che saranno poi intrecciati. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">La tessitura è molto complicata e i migliori intrecciatori lavorano esclusivamente alla sera e al mattino presto, prima che le dita inizino a sudare per il caldo. I tipi di intrecci sono molteplici: si passa da una trama larga tipo pizzo all’uncinetto fino ad una più stretta detta “brisa”, la quale caratterizza i Panama di alta qualità. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">I cappelli vengono quindi classificati secondo la trama dell’intreccio e generalmente possono rientrare in quattro categorie fondamentali: standard, superior, fino e superfino. Osservando un superfino in controluce non si dovrebbe vedere nessun raggio di luce passare attraverso il cappello. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">Dopo la tessitura i cappelli sono rifiniti, sbiancati o dipinti e infine ornati con un nastro. La vendita dei cappelli può partire da un minimo di 15 dollari ed arrivare, come detto, a delle cifre straordinarie anche di migliaia di dollari quando il cappello viene abbellito con disegni e tinture fatte a mano.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Nella città di Cuenca, il commesso del negozio ci spiega il processo di lavorazione e ci mostra alcuni dei cappelli più rari e disegnati a mano: sono vere e proprie opere d’arte, finemente lavorate e con cura disegnate fino all&#8217;ultimo dettaglio. Un prezioso esempio di lavoro artiginale in cui natura, tradizione indigena e cultura si intrecciano (letteralmente!) per creare un oggetto fortemente legato alla storia del popolo ecuadoriano e alla sua terra.</span></p>						</div>
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		<title>Cima Sasso &#8211; un trekking in Val Grande</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 10:45:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 13 kmMax altitudine: 1908 m Min altitudine: 735 m Ascesa: 1246 m Discesa: 1255 mTempo: 8 hrDifficoltà: Esperto (EE) Il Parco Nazionale della Val Grande è una straordinaria zona naturale circondata da molti laghi e classificata come l&#8217;area wilderness più grande d&#8217;Italia. Tecnicamente viene...</p>
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							<p><strong>Distanza</strong>: 13 km<br /><strong>Max altitudine</strong>: 1908 m <br /><strong>Min altitudine</strong>: 735 m <br /><strong>Ascesa</strong>: 1246 m <strong>Discesa</strong>: 1255 m<br /><strong>Tempo</strong>: 8 hr<br /><strong>Difficoltà</strong>: Esperto (EE)</p>						</div>
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							<p><span style="font-weight: 400;">Il Parco Nazionale della Val Grande è una straordinaria zona naturale circondata da molti laghi e classificata come l&#8217;area wilderness più grande d&#8217;Italia. Tecnicamente viene definita un’area naturale di ritorno perché il parco è stato abitato dall’uomo per moltissimi secoli fino a quando la vita in montagna non ha resistito al crescente processo di industrializzazione delle valli, circostanza che ha portato allo spopolamento delle aree di montagna a favore di quelle di pianura e città. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">Un trekking in Val Grande , quindi, non è solo un percorso tra ambienti naturali bellissimi, ma può rappresentare anche l’occasione per ammirare le tracce lasciate da questa antica civiltà di montagna. </span></p><p><span style="font-weight: 400;">Il nostro trekking parte da Cicogna, un pittoresco villaggio all&#8217;interno del Parco Nazionale dove le persone vivono ancora una vita semplice e spartana, e prosegue tra folte foreste e bei panorami fino alla cresta della catena montuosa dalla quale potremo ammirare l&#8217;area integrale della riserva e la sua interessante conformazione geologica. Inizieremo la nostra discesa dall&#8217;altro versante della montagna fino al villaggio abbandonato di Pogallo con la sua suggestiva atmosfera.Il percorso fino alla cima è impegnativo quindi raccomandiamo questo trekking solo a camminatori esperti ed in forma. Se saremo fortunati avremo anche la possibilità di visitare il piccolo ma folcloristico Museo della Val Grande.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Camminare in Val Grande è un’esperienza unica: il silenzio di queste montagne è davvero assordante e la bellezza naturale delle creste rimane negli occhi dei camminatori per molti giorni. Una volta arrivati in cima il panorama è indimenticabile visto che ci troviamo in mezzo alle prealpi italiane e a quelle svizzere, circondati da tutti i laghi della provincia del Verbano-Cusio-Ossola.</span></p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p>						</div>
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		<title>Un trekking da Cannobio a Sant’Agata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 10:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Trekking]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Distanza: 6,5 km Max altitudine: 479 m Min altitudine: 204 m Ascesa: 290 m Discesa: 290 m Tempo: 3 hr Difficoltà: Facile Sant&#8217;Agata è un pittoresco borgo&#160; descritto come &#8220;un balcone sul Lago Maggiore&#8221; dal famoso pittore Luigi Piffero il quale visse e morì in...</p>
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							<p><strong>Distanza</strong>: 6,5 km<br /><strong>Max altitudine</strong>: 479 m <br /><strong>Min altitudine</strong>: 204 m <br /><strong>Ascesa</strong>: 290 m <strong>Discesa</strong>: 290 m<br /><strong>Tempo</strong>: 3 hr<br /><strong>Difficoltà</strong>: Facile</p>						</div>
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							<p>Sant&#8217;Agata è un pittoresco borgo  descritto come &#8220;un balcone sul Lago Maggiore&#8221; dal famoso pittore Luigi Piffero il quale visse e morì in questo piccolo villaggio lasciando dietro di sè numerosi dipinti e opere di restauro.</p><p>Dalla piazza del paese la vista sul lago è magnifica e avremo anche tempo e modo di goderci un aperitivo seduti nel belvedere.</p><p>Il nostro itinerario parte da Cannobio e segue per un tratto il fiume fino ad arrivare alle pendici del Monte Giove; da lì saliamo attraverso una bellissima foresta di betulle fino ad arrivare al pittoresco paese di Sant&#8217;Agata dove ci fermeremo per una breve visita della chiesa e del borgo.</p><p>L&#8217;itinerario poi proseguirà sull&#8217;altro versante della montagna dove attraverso un sentiero poco ripido arriveremo a Traffiume e potremo ammirare il famoso Orrido di Sant&#8217;Anna e le sue interessanti formazione geologiche.</p><p> </p><p><b>Se vi è piaciuto questo itinerario, se siete venuti con noi in passeggiata e non vedete l&#8217;ora di ripartire, andate a scoprire tutte le nostre proposte nella sezione <a href="https://pachamamas.it/trekking/">Trekking</a>!<br />Se invece siete curiosi di scoprire cos&#8217;altro ha da offrirvi questa bellissima regione, andate sul sito del <a href="https://www.distrettolaghi.it/it">Distretto dei Laghi</a>.</b></p><p>Vi aspettiamo nei commenti!</p><p> </p>						</div>
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		<title>Della vita e della morte &#8211; una storia messicana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 13:49:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diari di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Una società incapace di celebrare la morte, sarà allo stesso modo incapace di celebrare la vita”: con queste parole Octavio Paz descriveva la società e la cultura messicana nel suo saggio antropologico divenuto un’opera iconica della letteratura messicana e non solo. Uno degli aspetti più...</p>
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							<p><span style="font-weight: 400;">“Una società incapace di celebrare la morte, sarà allo stesso modo incapace di celebrare la vita”: con queste parole Octavio Paz descriveva la società e la cultura messicana nel suo saggio antropologico divenuto un’opera iconica della letteratura messicana e non solo.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Uno degli aspetti più evidenti della società messicana è la sua vivacità; per le strade della gigantesca Città del Messico, come in quelle del più minuscolo paesino di <em>campesinos</em>, è facile notare, ovunque si dirigano gli occhi, una comunità attiva, pulsante, solidaria, sempre pronta allo scherzo, rumorosa e spavalda; non è difficile sentirsi coinvolti camminando per una strada messicana, perchè ci sarà sempre qualcuno interessato a quello che fai, da dove vieni o dove stai andando: e questo non succede solo a noi viaggiatori, che suscitiamo naturalmente la curiosità di chi ci incontra per la strada, ma a tutti, proprio tutti, perchè in Messico c’è sempre un motivo per interessarsi al prossimo, a volte con buone intenzioni, altre volte con intenzioni un pò meno nobili.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Le società, come la nostra, hanno perso lentamente questa vivacità esistenziale, in compenso hanno acquisito molte competenze e qualità.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Arrivati in Messico da pochi giorni, il nostro obiettivo è chiaro: arrivare al Lago di <em>Patzcuaro</em> il prima possibile per le celebrazioni del “Dia de los muertos”; dopo svariate ricerche, ci siamo convinti di voler trascorrere lì i giorni di festa, in mezzo ad una comunità tradizionale ed autentica.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Per intenderci, il <em>dia de muertos o dia de almas</em> (a seconda della regione in cui vi troviate) è una celebrazione che corrisponde ai nostri giorni a cavallo tra il primo e il secondo di Novembre; i Messicani, amanti delle feste, iniziano qualche giorno prima e finiscono qualche giorno dopo per essere sicuri di aver celebrato a sufficienza e di aver esaurito le proprie scorte di Tequila.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Siamo abituati, nei nostri cimiteri, a vedere molte persone entrare e uscire con qualche fiore in mano per ricordare i propri cari defunti e ravvivare la loro memoria. In Messico, la credenza vuole che la notte tra il 1 e il 2 Novembre i defunti compiano un viaggio dall’aldilà per ritornare su questa terra e trascorrere qualche ora con il loro amati parenti; a seconda del <em>pueblo</em> in cui vi troviate la tradizione può cambiare parecchio; per alcuni i defunti tornano ogni anno, per altri si presentano solo l’anno in cui sono mancati per poi rimanere per sempre nel mondo dell’aldilà. Per questo motivo il modo di celebrare i propri cari può variare molto, a seconda che si creda di poterli vedere ogni anno oppure salutarli per un ultima volta prima che ritornino, per sempre, nella loro nuova dimensione.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Quando arriviamo sulle sponde del lago, i preparativi per le celebrazioni sono già molto più avanti di quanto pensassimo; le strade sono già piene di bancarelle, commercianti da tutto il Messico sono arrivati con una valanga di prodotti tradizionali in piena esposizione: stoffe e tessuti, abiti, borse e zaini di cuoio, scarpe  e cappelli lavorati a mano, statue in legno e ceramica, maschere celebrative, anelli, monili, gioielli, tappeti e la lista potrebbe continuare all’infinito; ovunque ti giri è un tripudio di colori. Poi si passa alle bancarelle del cibo e qui la cucina messicana è varia quanto buona: <em>tortillas, quesadillas, enchiladas, burritos, tacos e empanadas</em>, di carne tritata, grigliata, spezzettata, sminuzzata, di suino, di vacca e pecora, polpette al sugo, al vapore, insaccate, inzuppate e pressate, mais cotto, salato e speziato, salse sparse ovunque con diverse gradazioni di piccante: il vegetarianesimo qui sembra non avere ancora attecchito. I messicani abbondano con aguacate, cilantro e cipolla e non finiscono mai un pasto senza qualcosa di dolce ed alcolico nella panza. Bambini scorrazzano per le strade, inseguendosi con stelle filanti e bombolette spray, le <em>mamacitas</em> agli angoli delle strade gridano vendendo un pò di tutto: pane e dolcetti fatti in casa. Per ogni abitante, un cane randagio si aggira per il mercato sperando di ottenere un pezzettino di questo banchetto itinerante. Gli anziani sono seduti fuori dalle case, ormai senza la possibilità di insegnare molto ai loro nipoti che non li preferiscono al cellulare.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">In questo marasma cosmico scivoliamo lungo le strade, incuriositi e divertiti cercando il nostro posto in una celebrazione così sentita; la sera prima della festa, un caravanserraglio di macchine si snoda lungo tutto il paese; i più giovani hanno trasformato le loro rombanti automobili in posticci carri carnevaleschi con scritte, luminarie, fantocci. Il tema è prevalentemente quello di Halloween, quindi tutti sfoggiano maschere diaboliche, insanguinate, teste sgozzate o personaggi delle saghe più spaventose; le macchine continuano a girare per ore, con musica a tutto volume proveniente dalle casse voluminose montate nei bagagliai: a questo punto, le celebrazioni per il <em>dia de muertos</em> non sono neppure ancora cominciate&#8230;</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Infatti quello che ci aspetta la sera successiva è difficile da rendere per iscritto: arriviamo al cimitero di <em>Tzintzuntzan</em> &#8211; uno dei villaggi più caratteristici sul lago &#8211;  poco dopo le dieci di sera, quando già una fiumana di persone ha invaso le strade del paese; ci incamminiamo con loro scendendo giù verso l’arteria principale del villaggio, dove un tappeto di bancarelle di cibo ci accoglie con odori e profumi dai più seducenti ai più disparati. Migliaia di persone si muovono freneticamente in un verso o nell’altro, cercano di farsi spazio come in un formicaio in fiamme. Più ci avviciniamo al cimitero, più il suono della musica si fa assordante; ad un certo punto, in lontananza, un tappeto di luci abbaglia il cielo in mezzo alle tombe di cui intravediamo solo le sagome. Persi nel turbinio delle persone, finalmente riusciamo ad entrare nel cimitero e lo spettacolo è stupefacente; vicino, intorno ad ogni tomba sono state posizionate decine di candele accese, le famiglie sono radunate intorno ai propri defunti, altari ricchi di cibo sono stati posizionati per accogliere i beneamati dal loro ritorno dall’aldilà. La commozione generale è alta; bande di fanfare, trombe e tamburi girano per le varie tombe intonando canzoni celebrative; il rumore a questo punto è oltre il limite accettabile.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Moltissime persone cantano, ballano, danzano: è un caos condiviso in cui ogni clan celebra i propri cari mentre tutti insieme partecipano a questa catarsi collettiva. Ne usciamo qualche minuto più tardi e ormai le strade del paese sembrano un&#8217;oasi di tranquillità rispetto a quello che succede dentro al cimitero.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Perché una società è così festiva e celebrante in un momento così delicato e triste come può essere il ricordo della perdita di un proprio caro? Perché nella nostra società questo slancio nei confronti della morte si è perso in gran parte?</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Sono domande a cui è difficile dare una risposta certa e definitiva, però è evidente che una società (come la nostra) iper-organizzata e fortemente incentrata nello sviluppo tecnologico e nel benessere materiale tende a sviluppare nei propri cittadini diverse attitudini: per prima cosa, un senso di onnipotenza diffuso per cui tutto è possibile e raggiungibile da parte della scienza e dalla tecnologia che difficilmente può alimentarsi quando messo a confronto con il fatto ineluttabile della nostra fragilità rispetto alla vita; poi, un senso di immortalità diffuso in cui ciascuno dimentichi la propria fine e perda la prospettiva per cosa sia importante lottare e  dedicare la propria breve vita; infine, un senso di paura diffuso sulla base del quale ciascuno si limita allo svolgimento delle attività che la società ritiene più importanti e soddisfacenti, senza mai affrontare in profondità il senso della propria vita (e, di riflesso, della propria morte).</span></p><p><span style="font-weight: 400;">E’ un dato di fatto che, fatta eccezione per la religione, nella nostra società laica il compito di confrontarsi con l’incerto, la morte, lo sconosciuto è stato lasciato cadere nel nulla: a scuola è raro che qualcuno affronti questi argomenti, in famiglia non se ne parla molto fatta eccezione per quando si verifichi la tragedia di un parente deceduto e le istituzioni di governo non si interessano all’argomento, nemmeno dal punto di vista della tutela di chi è costretto ad affrontare una malattia terminale; pensate solo al fatto che almeno in alcuni paesi europei esistono già delle figure professionali per accompagnare le persone affette da malattie terminali a confrontarsi con l’ultimo passo della loro vita. In Italia, il compito è stato volontariamente assunto da alcune associazioni senza scopo di lucro, senza però alla base un’iniziativa nazionale, uno spirito collettivo che dovrebbe far parte di una nazione organizzata, compassionevole e civile.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">In questo come in molti altri casi, prepararsi è sempre meglio che arrivare al fatto compiuto senza avere strumenti utili per affrontare la situazione; e chi, di solito, ascoltando o leggendo questi discorsi, storce il naso tacciandoli di pessimismo e insensibilità dimentica il fatto che la morte è parte integrante della nostra vita, un evento naturale come il parto, di solito circostanza salutata come felice e promettente.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">C’è un modo per affrontare questo argomento, senza rendere la propria vita deprimente? Sicuramente la celebrazione del <em>dia de muertos</em> in Messico ci ha dato qualche spunto divertente e chiassoso. Per chi volesse approfondire l’argomento per proprio conto, consiglio di leggere il “Libro Tibetano del vivere e del morire” di Sogyal Rinpoche, un monaco tibetano che si interroga su questi argomenti con grande profondità, sensibilità ed ironia offrendo, a chi ne abbia voglia, un cammino spirituale da intraprendere.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Ci svegliamo nel nostro letto a <em>Patzcuaro</em> con nelle orecchie il frastuono della notte precedente ma solo perché i messicani non hanno ancora smesso di festeggiare: i botti e i fuochi d’artificio non sono nella nostra immaginazione, qualcuno li sta sparando a quest’ora fuori le finestre della nostra stanza! Non possiamo dire di essere felici per questa sveglia mattutina, ma l’esperienza della notte precedente è stata magnetica e indimenticabile. Que viva Mexico! </span></p>						</div>
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		<title>Alebrijes: il magico artigianato degli animali guida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pachamamas]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Mar 2023 10:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Culture dal mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come nascono gli alebrijes? Passeggiando tra le botteghe di artigianato che espongono decine e decine di questi animaletti variopinti, verrebbe da pensare che gli alebrijes abbiano sempre fatto parte della cultura messicana. In realtà si tratta dell’invenzione di un’artista di Città del Messico, Pedro Linares,...</p>
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							<h4><b>Come nascono gli alebrijes?</b></h4><p><span style="font-weight: 400;">Passeggiando tra le botteghe di artigianato che espongono decine e decine di questi animaletti variopinti, verrebbe da pensare che gli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> abbiano sempre fatto parte della cultura messicana. In realtà si tratta dell’invenzione di un’artista di Città del Messico, Pedro Linares, nato e cresciuto nel quartiere de’ </span><i><span style="font-weight: 400;">La Merced</span></i><span style="font-weight: 400;"> e che orgogliosamente portava avanti la tradizione di famiglia dell’artigianato in cartapesta.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">La </span><i><span style="font-weight: 400;">Cartoneria</span></i><span style="font-weight: 400;">, come è conosciuta qui in Messico, è un’arte ancora molto diffusa per realizzare tantissime figure diverse, anche se forse i prodotti più famosi sono le conosciutissime </span><i><span style="font-weight: 400;">piñatte</span></i><span style="font-weight: 400;">. U</span><span style="font-weight: 400;">na decorazione festiva, di qualsiasi forma e multi colore, ripiena di caramelle e regali che possono ottenersi bastonandola fino a che si rompa, lasciandole cadere a terra. </span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Anche Pedro Linares era solito realizzare questo tipo di prodotti nella sua bottega, insieme con altre figure di uso votivo, per le feste religiose.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Era il 1936, Linares aveva 30 anni e improvvisamente si ammalò gravemente e cadde in un sonno profondo dal quale non si risvegliò per diverso tempo: quando si riprese raccontò di un sogno favoloso, durato una vita. Aveva camminato a lungo in una foresta incantata, dove vivevano delle creature fantastiche, che non potevano esistere nel mondo reale: asini con le ali, leoni con teste di cane, galli con corna di tori. Le loro piume, il loro pelo, le loro squame brillavano di colori accesissimi e variopinti; queste creature per di più parlavano, ma dicevano sempre e solo una cosa: </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;">!</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Questa esperienza traumatica si trasformò per Linares nell’occasione per convertirsi da semplice artigiano di cartoneria ad un’artista di fama internazionale: tra le sue opere in cartapesta iniziò a realizzare le sue figure mitologiche e le denominò </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;">. Non solo inventò una nuova forma di arte, coniò un nome che prima non esisteva e a cui ancora oggi è impossibile dare un significato. Quello che è ancora più straordinario è che Pedro Linares diede origine ad una nuova tradizione messicana così forte e amata che rapidamente varcò i confini della capitale e fu replicata, in modi diversi, in altri stati del Messico.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Oggi gli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono uno dei prodotti dell’artigianato messicano più famosi al mondo, sono quasi riconosciuti un simbolo della cultura di questo Paese: un virtuoso esempio di come l’arte di una Nazione possa rinascere e rinnovarsi in qualsiasi momento, se solo si desse spazio creativo a certe menti geniali.</span></p><h4><b>La tradizione Oaxaqueña: alebrijes intagliati in legno</b></h4><p><span style="font-weight: 400;">Sebbene quindi le sue origini siano di Città del Messico, diversi stati messicani hanno avviato nel tempo la loro originale tradizione di </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Nella regione di </span><i><span style="font-weight: 400;">Oaxaca</span></i><span style="font-weight: 400;"> per esempio, gli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono realizzati intagliando magistralmente il legno di copale: gli artigiani più esperti dicono che sia la forma dell’albero o del ramo stesso ad indicare all’artista la creatura da realizzarvi. Nelle sinuosità del legno vedono già una pancia, una coda, un muso e da li iniziano la magia.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Il dettaglio che però più attira l’attenzione di queste statue è certamente la sua decorazione variopinta, realizzata dopo settimane di trattamento del legno: per evitare che le tarme deteriorino nel tempo l’opera, il copale va trattato adeguatamente, bisogna colmare tutte le micro-fratture tra le fibre vegetale, creare una base densa e levigata su cui stendere prima una base bianca e solo in un secondo momento una base colorata monocromatica.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">La seconda fase è altrettanto lunga e articolata: su questa base colorata ogni artigianato disegna un’infinità di trame e greche, tanto dettagliate e fine quanto maggiore è la loro precisione e maestria. Ogni singolo punto, linea, meandro è dipinto a mano, senza possibilità di errore; per realizzare una statua di medie dimensioni possono volerci mesi, per quelle più grandi anni. </span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">In realtà l’intaglio del copale è una tradizione artigiana ben più antica, diffusa in tutto in Messico e considerata di grande valore: quello che rende tradizione oaxaqueña degli alebrijes unica non è tanto la scelta del materiale, quanto che essa si appoggi su un forte substrato di tradizioni  indigene precolombiane. Gli alebrijes sono diventati così la versione moderna degli antichi </span><i><span style="font-weight: 400;">nahuales</span></i><span style="font-weight: 400;">, gli animali guida dell’antica cultura zapoteca.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Attualmente esistono tre </span><i><span style="font-weight: 400;">pueblitos</span></i><span style="font-weight: 400;"> specializzati nella realizzazione di queste magiche creature: </span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><i><span style="font-weight: 400;">San Antonio Arrazola, La Union Tejalapam e San Martin Tilcajete.</span></i><i><span style="font-weight: 400;"><br /></span></i><span style="font-weight: 400;">L’atmosfera di questi luoghi contribuisce certamente al fascino delle loro creazioni, qualcosa che noi europei non possiamo proprio intendere, nè ricordare forse. </span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Immaginate una sola stradina un po’ polverosa, tante botteghe che vi si affacciano, le porte aperte in segno di invito, nessuno a controllare la merce, non c’è pericolo. Ogni bottega è una casa, quando varchi quella soglia non entri in un negozio, entri in casa loro, entri nella loro quotidianità perchè ogni bottega rappresenta una famiglia che ormai da generazioni intaglia il copale. Ogni bottega ha centinaia di pezzi più o meno elaborati, più o meno costosi ma tutti certamente pezzi unici perchè ogni ha artigiano ha una mano unica e ogni pezzo di copale è un pezzo unico.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Tutto il paese è così: case, botteghe, famiglie e </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> coloratissimi.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">La tradizione degli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> a Oaxaca inizia negli anni ’60 in occasione del carnevale, all’epoca si intagliavano quasi esclusivamente maschere, spesso con fattezze di animali, o meglio di </span><i><span style="font-weight: 400;">Nahaules</span></i><span style="font-weight: 400;">. Dal carnevale l’arte dell’intaglio è andata raffinandosi sempre più e i prodotti lavorati sono diventati sempre più originali ed elaborati.</span></p><h4><b>Come si evolve l’arte: il futuro degli Alebrijes</b></h4><p><span style="font-weight: 400;">Proprio presso </span><i><span style="font-weight: 400;">San Martin Tilcajete</span></i><span style="font-weight: 400;"> abbiamo scoperto una delle botteghe di alebrijes più famose al mondo, il </span><i><span style="font-weight: 400;">taller</span></i><span style="font-weight: 400;"> si chiama </span><i><span style="font-weight: 400;">Jacobo y Maria Angeles</span></i><span style="font-weight: 400;"> una coppia di artisti sognatori che hanno fatto della loro passione e del loro amore per il Messico un lavoro e una ragione di vita. La loro dedizione è evidente in ogni dettaglio e nella passione che trasmettono: l’intaglio del copale è iniziato tra le mura domestiche, si è tramandato di padre in figlio, ma poi la famiglia si è allargata e ora Jacobo e Maria Angeles gestiscono un’azienda con centinaia di dipendenti: apprendisti, artisti, esperti di marketing e comunicazione che contribuiscono a mantenere viva la tradizione e la cultura messicana al passo con i tempi.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Pur essendo cresciuta tanto, la loro bottega ha mantenuto un’atmosfera familiare e con la stessa dedizione raccontano le loro origini indigene zapoteche; attraverso gli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> più contemporanei perpetuano il simbolismo della cultura e della lingua zapoteca che si manifesta attraverso gli animali del calendario zapoteca e le infinite greche decorative dei loro pezzi unici.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Il loro </span><i><span style="font-weight: 400;">taller</span></i><span style="font-weight: 400;"> è un modello da imitare, un esempio per tutti quegli artigiani che pensano che con il progresso la loro arte stia perdendo di valore e di significato: a Tilcajete sono riusciti a fare esattamente il contrario. Hanno trasformato un antico gioco per bambini in un’opera d’arte di grande valore artistico e simbolico per il proprio Paese.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Oggigiorno l’arte degli </span><i><span style="font-weight: 400;">alebrijes</span></i><span style="font-weight: 400;"> comincia a farsi conoscere anche fuori dal Messico, la bottega Angeles ha già avuto l’occasione di esporre le loro opere in altre città del mondo e i loro pezzi unici iniziano ad attirare l’attenzione di acuti collezionisti.</span></p><p><span style="font-weight: 400;">Proprio a Oaxaca abbiamo avuto la fortuna di partecipare all’inaugurazione di una delle loro mostre e mi sono resa conto di essere davanti a qualcosa di unico, qualcosa che avrebbe fatto storia: ero davanti alla creazione di un’opera d’arte. A volte dimentichiamo che il valore di un’opera non sta solo nella perdita del suo autore e nell’impossibilità di riprodurla, il suo patrimonio è pari al contributo che dà alla sua epoca. Ci saranno delle rare volte nella vita in cui avremo il privilegio di vederla nascere proprio davanti ai nostri occhi: ecco perché è tanto importante educare alla bellezza e all&#8217;arte, per imparare a riconoscerla quando ce la troveremo davanti.</span></p>						</div>
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Per ulteriori domande e curiosità, vi aspettiamo nei commenti!</div>		</div>
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