Diari di viaggio

Alla ricerca della verità: la via della meditazione

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1st Giugno 2020

Sembra proprio rispondere ad un clichè, ma è la verità: la prima volta che ho preso in mano un libro sulla meditazione stavo viaggiando su un treno indiano diretto verso il Nepal. Non ricordo perché avessi deciso di leggere proprio un libro su quell’argomento, ma lo divorai in pochi giorni.

In realtà, l’autore non esordiva parlando della meditazione, ma piuttosto metteva in discussione i nostri modi di vivere e vedere la realtà, soprattutto in tema religioso e spirituale. Spiegava come le religioni monoteiste avessero introdotto nella storia dell’umanità una serie di dogmi incontrovertibili intorno ai quali le nostre vite avrebbero dovuto organizzarsi; la stessa società fondava il proprio dominio e la propria prosperità sulla capacità di mantenere le persone ancorate alle proprie paure, limitandone la capacità creativa e imponendo uno stile di vita ripetitivo e abitudinario in cui ciascuno poteva esprimere se stesso solo all’interno del perimetro disegnato dalla scuola prima e dal lavoro poi. 

Insomma, eravamo spinti a non mettere mai in discussione nulla, ma credere ciecamente – o con fede – a tutto ciò che ci veniva insegnato da genitori, professori, preti e chi più ne ha più ne metta. In quella requisitoria così tagliente e scettica, pagina dopo pagina, io mi ritrovavo sempre di più: già da tempo pensieri del genere occupavano la mia mente – infatti il mio viaggio sabbatico era nato dall’esigenza di cambiare prospettive  e intuizioni – ma sulle pagine erano descritti in maniera così chiara e irriverente da farmi sentire bene, nella giusta direzione.

Le conclusioni dell’autore erano nette: la realtà, come viene percepita dalla nostra mente, è un’esperienza soggettiva e nessuno dovrebbe mai lasciarsi limitare dagli insegnamenti di qualcun’altro, per quanto importanti siano o per quanto referenziata sia la persona ad impartirli: ciascuno doveva andare alla ricerca della verità per proprio conto.

Ben detto, pensai, soprattutto perchè l’autore, proseguendo, si inseriva nella categoria di chi, pur avendo un messaggio da consegnare, non doveva essere preso per assodato; tutti, compreso lui, dovevano essere sottoposti allo scrutinio finale di chiunque avesse deciso di indagare per conto proprio. Il libro terminava suggerendo la meditazione come cammino personale per penetrare la propria realtà con più profondità e precisione; sfidava, inoltre, i lettori perché si facessero con convinzione una semplice domanda: chi sono?

Da quel giorno, ho letto diversi libri sull’argomento, alcuni più teorici, altri con un taglio più pratico, alcuni scritti da santoni indiani, altri da autori occidentali. Tutti suggeriscono la medesima cosa: il messaggio è più importante del messaggero e nessuno deve riceverlo come se fosse una verità rivelata, ma anzi sperimentare qualsiasi affermazione, intuizione o tecnica fornite durante il percorso.

Un approccio molto diverso rispetto alle interminabili ore di catechismo, religione, e, più in generale, educazione scolastica, dove invece tutto veniva presentato per vero: quindi da memorizzare, assorbire e venerare. Non metto in dubbio la fede o la dedizione con cui alcune persone si avvicinano a certe dottrine religiose o sociali, ma per quanto mi riguarda, i libri su cui ho studiato da ragazzo e, in seguito anche da adulto, mi avevano spesso trasmesso una mancanza di vitalità, curiosità e fluidità.

Improvvisamente, avevo invece scoperto una letteratura dinamica e innovativa, in cui veniva presa in considerazione la realtà sotto prospettive molto diverse e con un taglio sempre sperimentale: sicuramente qualcosa a cui mi sentivo molto vicino per intuizione e aspirazioni.

Non è sempre stato facile orientarsi: la natura dell’argomento è complessa, non tanto perchè praticare la meditazione sia di per sé difficile, ma perchè è complicato capire chi ha una vera competenza e chi invece ha fatto della spiritualità il proprio campo di battaglia per emergere nella vita, crearsi degli adepti o anche solo farsi credere più saggio di quello che è in realtà.

Se decidete sia arrivato il momento di imparare a giocare a tennis, prenotare una lezione con un maestro è la cosa più ovvia: in questo caso, però, nei primi dieci minuti di lezione sarete in grado di capire se il vostro istruttore è in grado di prendere una racchetta in mano, oppure no. Nel secondo caso, sarà l’ultima volta che lo vedrete. 

Se si vuole imparare a meditare, non è sempre facile trovare una persona in grado di aiutarci e, soprattutto, è molto difficile distinguere un ciarlatano da un esperto: mi dispiace, neppure quest’ultimo sarà in grado di levitare al vostro comando e, quindi, non sarà facile valutarne le capacità o i traguardi raggiunti.

La seconda difficoltà, per quanto mi riguarda, sta nella tecnica meditativa in sè; molte di queste sono intrinsecamente legate alla cultura e alle tradizioni da cui sono state partorite e, quindi, prima di poter procedere nella pratica è necessario condividere e digerire rituali o teorie lontane dalla nostra mentalità: questo è sicuramente un mio limite, ma quando mi viene chiesto di intonare mantra in una lingua incomprensibile o dare per accettato il fatto che il nostro corpo sia provvisto di canali energetici invisibili, la mia mente inizia a rifiutare l’esperienza, non perché manchi di fascino la possibilità di immergersi in culture diverse dalla nostra (io lo faccio ogni volta che posso), ma perché la meditazione, per me, deve essere uno strumento semplice e immediato da comprendere e con cui potersi relazionare senza troppi filtri.

Se però le vostre intuizioni vi porteranno a praticare una particolare meditazione per cui si richiede di trasferirvi in Tibet, rasarvi la testa e iniziare a mangiare solo minestroni, non sarò certo io a puntare il dito contro mettendo in discussioni le vostre scelte.. 

Alla fine dei conti la meditazione, come tutte le attività che richiedono un’attenzione totale verso il proprio essere, ha come fine ultimo quello di insegnarci a comprendere noi stessi in modo tale da sviluppare una connessione intima e forte con il mondo esterno: la via per arrivarci è secondaria, o meglio, ognuno può trovare la sua. 

Se ognuno potesse fare esperienza diretta di questo, ovvero riuscire a sentirsi tutt’uno con ciò che lo circonda, credete veramente ci sarebbe ancora qualcuno che sentirebbe l’impulso di danneggiare altre persone o l’ambiente in cui vive?      

Per i Buddisti, ad esempio, le nostre nevrosi, i nostri egoismi, le nostre paure sono il frutto di una costante sensazione di isolamento che proviamo nei confronti del mondo esterno. Nella loro letteratura, per descrivere questo processo di isolamento, fanno ricorso alla metafora di una scimmia chiusa in una casa con solo cinque finestre attraverso cui guardare l’esterno; le cinque finestre rappresentano i cinque sensi. Questa scimmia, abituata a vagare libera per la foresta, saltando da un ramo all’altro, scaldandosi al sole e godendo della natura e dei suoi frutti, si trova improvvisamente circondata da pareti solide e non ricorda più la condizione di felicità, apertura e fluidità in cui si trovava in precedenza. 

Inizia allora a crearsi una propria realtà solidificata, codificando tutte le percezioni provenienti dalle cinque finestre in impulsi. Quando una percezione è positiva, mentalmente le attribuisce un’etichetta positiva, quando è negativa, un’etichetta negativa, quando è neutra, le attribuisce un’etichetta neutra. Sviluppa così una quantità indefinita di etichette, su cui la sua mente costruisce sopra pensieri e, infine, emozioni: quelli che noi viviamo tutti i giorni, riconoscendogli un ruolo assoluto nelle nostre vite.    

Vivere una vita che non sia filtrata dalla propria mente è contro natura, ma il rovescio della medaglia è pericoloso: cosa ci resterebbe se i pensieri e le emozioni di cui facciamo esperienza quotidianamente derivassero da una percezione distorta della realtà e ci trovassimo, senza accorgercene, come quella povera scimmia, dentro una casa con pareti solide senza più la possibilità di uscirne e di vivere una vita libera e originale?

Nei mesi in cui ho praticato meditazione più intensamente mi sono trovato a realizzare questa scomoda verità: le nostre sensazioni e percezioni non sono sempre così calibrate e affinate come crediamo. Non perché ci manchino le capacità , ma perché non siamo mai stati incitati, educati a guardare dentro di noi, nella misura in cui abbiamo guardato spesso al di fuori. Non ricordo un’ora di lezione a scuola in cui le nostre capacità intellettive siano state messe in secondo piano, per meglio dare ascolto alle nostre intuizioni o alla capacità di osservare il nostro contesto interiore per comprenderlo e, quindi, trascenderlo.

Nel corso della nostra vita ognuno di noi è stato messo alla prova più volte, ottenendo da certe esperienze alcune intuizioni o risposte riguardo alle proprie inclinazioni, limiti o aspirazioni. Ma siamo stati cresciuti e plasmati in una società in cui capire se stessi è molto meno importante di avanzare, studiare, competere, imporsi, divertirsi. In particolare, abbiamo sviluppato infinite forme di distrazione da noi stessi: istruzione, libri, sport, tecnologia, lavoro e la lista può continuare all’infinito.

La meditazione rappresenta uno spazio fisico e temporale in cui confrontarsi con stati d’animo, pensieri, emozioni, sensazioni corporee, imparando a riconoscerle e a osservarle. Non credo ci sia mai fine alla conoscenza di se stessi, ma il viaggio, anche se di sola andata, vale il biglietto. Ecco perchè quando ormai dieci anni fa ho incontrato lungo il sentiero la meditazione Vipassana ho sentito dopo poco di avere tra le mani un metodo semplice e libero da qualsiasi infiocchettatura dottrinale per indagare la mia natura. La comunità in cui sono stato accolto per impararlo, mi ha dato vitto e alloggio durante i dieci giorni di meditazione senza chiedermi nulla in cambio. E’ stata una mia scelta quella di fare una donazione alla associazione una volta ritornato a casa per ringraziarli della esperienza e del tempo dedicatomi e per lo stesso motivo mi sento di consigliarla a chi fosse interessato. La pratica di questa tecnica meditativa è ormai conosciuta in occidente con il nome di mindfulness ed ha avuto una diffusione eccezionale grazie alla sua natura pratica, quasi scientifica.  

Da quel soggiorno ho capito quanto il mio contesto interiore fosse sempre stato messo in secondo piano rispetto agli stimoli esterni a cui mi sottoponevo o ero sottoposto quotidianamente. Mai prima di allora avevo avuto la possibilità di riflettere e fare esperienza di attraverso una lente di ingrandimento così amplificata. Negli anni in cui ho praticato meditazione non ho mai sentito la necessità di dover arrivare a nessuna conclusione lungo il cammino, ma non ho mai nemmeno avuto la sensazione di avere perso il tempo dedicato a meditare: non posso sempre dire lo stesso per altre attività.

Giochiamo tutti la stessa partita, le regole del gioco sono fisse e immutabili: occupiamo uno spazio fisico per un determinato periodo di tempo e, mentre ci muoviamo all’interno di questa realtà complessa, le nostre energie dovrebbero essere proiettate nel accrescere il nostro benessere e quello delle persone che ci circondano; non credo ci sia una definizione migliore di progresso. Chiunque con il potere di farlo, potesse scegliere di svegliarsi ogni mattina riempiendo la propria esperienza personale solo di stati mentali piacevoli lo farebbe; al contrario siamo spesso in ostaggio delle nostre menti e la barriera tra noi ed una esistenza piena e felice sembra spesso rappresentata da una nebbia di pensieri ripetitivi, meschini e fine a se stessi. La comprensione della nostra mente nella sua totalità penso debba rappresentare il prossimo traguardo della nostra specie, altrimenti tecnologia, benessere economico e scoperte scientifiche non saranno sufficienti a garantire a tutti una vita vissuta al massimo delle sue potenzialità.   

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14 Comments
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